Il Mulino di Amleto

Carissim*,

ti scrivo questa lettera per rompere il silenzio di meditazione al quale per alcune settimane mi sono legato. La Luna Piena, pur screziata da un’eclisse, sia propizia. Spero queste umane parole ti giungano senza corrompere l’intenzione che le anima, che è lieve e non chiede lettura per pretendere di aver ragione su qualcosa.

Sai bene che ognuno di noi è specchio per ciascuno: ecco perché non dovremmo osservare per giudicare, poiché quanto ciascun altro ci rimanda non è che immagine distorta di ciò che siamo noi stessi. Biasimare un altro è biasimare sé stessi.

Dovremmo quindi osservare senza trarre giudizi. La nostra costante lettura e rilettura dei Manifesti ci redime dal compito di dover salvare il mondo, poiché il mondo non si può salvare, la sua natura ontologica, la sua ragion d’essere non è data a questo fine.

Siamo dunque affrancati: non è necessario essere eroi o martiri ma, piuttosto, essenti spirituali, la cui natura transitoria consiglia, come dice un detto Sufi, semplicemente di passare indenni attraverso l’esperienza del mondo.

Il nostro idealismo ci conduce a pensare che dovremmo fare questo percorso tutti insieme o, almeno, in gruppi coordinati e alimentati dallo stesso credo. Questo credo può essere quello di una religione o quello di un ordine esoterico, il fine è lo stesso. E il risultato è simile: deludente e approssimativo, pieno di cose rozze che poco hanno a che vedere con lo spirito.

Ecco perché i più grandi tra i mistici tengono a ricordare che il percorso dell’anima è inderogabilmente individuale. Ed ecco perché, sebbene ogni dualismo sia illusione, tuttavia il piano della realtà di questo mondo illusorio ne è totalmente influenzato. Le colonne del Tempio rappresentano questo, e l’Iniziato soltanto dovrebbe sapere del terzo pilastro invisibile. Di questo ti ho già parlato commentando un passo dello Zohar, ricordi?

Non ripeterò le stesse cose, anche perché diverso è il tenore di quel che ho da dire adesso. Vorrei solo farti notare come il Libro della Genesi, nei passi iniziali in cui viene descritta la Grande Opera, più volte utilizza in avvio di verso i verbi abbinati “separare” e “distinguere“. Così come nella Tavola di Smeraldo puoi ritrovare “separabis subtile ac spisso“. Dove non si può attrarre, è bene respingere. Chimica, elettromagnetismo, alchimia ci aiutano a comprendere.

Un Martinista, per certo, è un Filosofo dell’Unità, e tale io mi professo, come spero anche tu. Ma non possiamo ignorare che l’Unità è metafisica, è ciò che possiamo intuire ma che non è; è potenza che non può tradursi in atto: laddove nel modo non v’è che moltitudine e opposizione. Un “io” e un “tu” che non vogliono riunirsi in un “noi” ma che si scontrano vanamente per prevalere su aspetti vani.

La condizione di un Filosofo Sconosciuto è perfetta per questa interpretazione metafisica del mondo. L’espressione “Philosophe Inconnu” viene tradotta spesso recando l’aggettivo “Incognito“, alludendo al dissimularsi di chi ne ricopre transeunte il ruolo, con riferimento alla maschera e al mantello. Preferisco qui tradurre “Inconnu” con “Sconosciuto“, perché implica l’accettazione profonda di quell’attraversare il mondo senza subirne condizionamenti, ciò che significa non aver interesse per il successo mondano, per l’acclamata notorietà, per la ricchezza e la fama. Solo il Filosofo che abbia accettato pienamente di essere una persona normale, sconosciuta al mondo, invisibile all’esterno, sconosciuto tra sconosciuti, solo un’anima siffatta può dirsi veramente Filosofo Sconosciuto.

Sulla maggior o minor correttezza della traduzione Sconosciuto rispetto a Incognito non indugerò, perché i termini sono in certo grado intercambiabili ed ambedue consistenti e appropriati sotto profili e sfumature differenti. Mi limito a notare che in inglese la locuzione è resa con “Philosopher Unknown” e lascio a te la traduzione. Invece di restare su nozioni semantiche, mi* car*, vorrei ora con te concludere la riflessione mediante un’allegoria.

*

*            *

Un Filosofo stava seduto su una collina a guardar la vigna. Il Gran Maestro lo guardò negli occhi e vide nelle pupille il riflesso della collina; allora sentì nel cuore di pronunciare queste parole: continua a leggere

D. Ph:::I:::

R::L:: אור

 

 

 

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